La farfalla nera

Una macchia nera su sfondo bianco. Il sangue cola lentamente lungo il viso dell’uomo, mentre il suo aguzzino gli mostra il foglio.

— Te lo chiedo per l’ultima volta. Che cosa vedi? — chiede il torturatore con voce rauca.
— Una macchia d’inchiostro. — risponde col fiato corto l’uomo legato alla sedia.

Un altro pugno, sferrato con forza sul naso tumefatto dell’uomo. Il punto, fatto di sangue e violenza, che chiude la giornata. Nessun risultato ottenuto, per entrambi. Il torturatore esce dalla stanza. Il torturato abbassa la testa.

— Dottor Ferguson, adesso basta! — sentenzia con rabbia la donna che attende in corridoio.
— Mi lasci fare il mio lavoro. — risponde lui, pulendosi le mani dal sangue della vittima.
— Da quando il suo lavoro consiste nel picchiare quell’uomo?
— Da quando è entrato in questo ospedale.
— Solo perché ha passato i test, non vuol dire che sia…
— Lo è e gliene darà conferma lui stesso. Gli dia tempo, confesserà.
— Se continua così morirà prima che lei capisca che…
— Qui l’unica persona che non capisce è lei, dottoressa Smith. Quell’uomo è riuscito a prendersi gioco di lei, ma con me… — si avvicina e sorride amaramente. — Rimpiangerà di averci provato.

L’uomo si asciuga la fronte. Le sue mani tremano per l’adrenalina ancora in circolo.

— Si sbaglia, ancora una volta. — sentenzia la dottoressa.
— Io non ho mai sbagliato. MAI! — risponde piccato Ferguson.
— Ah sì? E che mi dice di Albert?
— Nessun errore. Ho fatto il mio dovere.
— L’ho fermata appena in tempo.
— Non dica sciocchezze.
— Rischiava di perdere l’occhio destro.
— E noi cosa rischiavamo?

Smith resta senza parole e abbassa lo sguardo.

— Gli dia una ripulita, gli porti la cena. Si prenda cura di lui, se le fa piacere. — riprende Ferguson.
— Non le permetterò di uccidere quell’uomo. — risponde la donna.
— Come crede, ma si ricordi che se le accade qualcosa dovrò prendere provvedimenti.
— Non mi accadrà niente, quell’uomo è innocente.
— Lo vedremo. Domani riprenderò la “terapia” dall’inizio.

Il dottore gira sui tacchi e si allontana. La dottoressa lo osserva con rabbia e disapprovazione, poi si decide a entrare nella stanza. L’uomo alza la testa, ma la vista offuscata non gli permette di riconoscere la donna.

— Chi è? — chiede l’uomo con un filo di voce.
— Smith. — risponde secca lei.
— Dottoressa, è sola?
— Sì, Ferguson è andato via.
— La prego, mi aiuti!
— Non posso e anche se potessi non saprei come.
— Mi liberi, mi lasci andare.
— Non posso. Verrei accusata di complicità. Farei la sua stessa fine.
— Quell’uomo mi ucciderà, non è vero?
— Non accadrà.

La dottoressa si avvicina a un tavolo posto contro una parete della stanza spoglia. Prende disinfettante e cotone idrofilo e si porta davanti al viso dell’uomo.

— Le devo pulire il viso, è pronto? — chiede Smith.
— Ho alternative? — risponde amaro l’uomo.

La vittima del pestaggio geme al contatto del disinfettante con le ferite. Il viso della dottoressa risponde, alla smorfia di dolore dell’uomo, con un’espressione di compassione.

— Non credo che potrà resistere ancora a lungo. — sentenzia la dottoressa.
— Ha qualche suggerimento? — chiede l’uomo con sarcasmo.
— Sì. Confessi, dica la verità.
— Cosa crede che ho fatto fino ad ora?

La donna lo guarda negli occhi intensamente. Cerca qualcosa tra l’iride e la pupilla. Qualcosa che sfugge e che, se trovata, può solo far paura.

— Come ha fatto a superare tutti i test, signor Freeman? — chiede lei, dopo un sospiro.
— Nello stesso modo in cui l’ha fatto lei, dottoressa. — risponde rassegnato lui.
— Non è vero. Lei ha fatto un errore.
— Come vede sto pagando le conseguenze.
— Non è per quell’errore che subisce tutto questo.
— Lo so, è per il dubbio che io sia come loro.
— Esiste anche l’altra possibilità, in fondo lei ha corretto quell’errore, subito dopo averlo fatto.
— Questo avrebbe dovuto far riflettere il dottor Ferguson.
— È una situazione difficile, signor Freeman.
— E questo cosa vorrebbe dire?
— Che non è facile prendere decisioni.
— Torturarmi dal mattino alla sera le sembra una decisione saggia?
— Sa che cosa voglio dire.
— Mi guardi bene, dottoressa Smith, e mi dica: chi è pazzo tra i due? Io o il dottore?

La donna non risponde e non per paura di esporsi. Non conosce la risposta. È passato troppo tempo e troppe cose sono successe per riuscire capire dove si nasconde la verità e qual è la realtà.

— Le porto la cena. — conclude la dottoressa.

Passano i giorni. Stanza, foglio, domanda e risposta non cambiano. L’unica variabile è la forza dei colpi inferti dal dottore e la resistenza dell’uomo. Aumentano le preoccupazioni e i dubbi della dottoressa e nella mente del signor Freeman si fa largo un dubbio che si trasforma di certezza.

— Che cosa vedi? — chiede il dottor Ferguson per l’ennesima volta.

Una macchia nera su sfondo bianco. Questa è la risposta che ha dato il signor Freeman da quando gli è stata posta quella domanda. Il suo obiettivo è sempre stato quello di convincerli della sua sanità mentale, ma la sua sanità fisica è ora diventata fondamentale.

— Una farfalla. — risponde l’uomo.

La risposta spiazza completamente Ferguson che, un po’ per la stanchezza e un po’ per lo stupore, fa un passo indietro. Ripresosi, esce di corsa dalla stanza per andare a chiamare la dottoressa Smith. Rientrano insieme dopo alcuni minuti.

— Ripetilo. Cos’è questa? — chiede nuovamente il dottore, con un moto di orgoglio.
— Una farfalla nera. — risponde Freeman, guardando con tristezza la donna.
— Ha sentito, dottoressa? — insiste Ferguson, mentre Smith abbassa lo sguardo a terra.
— Sta mentendo. — obietta senza convinzione la dottoressa.
— Lei sta mentendo, Smith. Vuole seguirlo o lo accompagna alla porta?

L’uomo viene rilasciato. Si aprono i portoni dell’ospedale psichiatrico dove era entrato clandestinamente tre settimane prima, superando con successo tutti i test di logica. Nessun favore gli è stato concesso, nemmeno quello di essere rimesso in circolazione con il favore della luce del giorno. Fuori si odono alcune urla e schiamazzi. Matti, ovunque.

Freeman si allontana di qualche passo, quando vede avvicinarsi un anziano. Lo riconosce.

— Ehi! Dove sei stato? Alla grotta bianca? — chiede con voce rauca l’anziano.
— Esatto. Proprio così — risponde Freeman.
— Hai preso la farfalla nera?
— No, non l’ho presa. Mi spiace.
— Morirai. Moriremo tutti.

Il mondo è dominato dalla follia ed è così contagiosa che ha raggiunto ogni luogo, anche quello dove veniva circoscritta, in un passato a cui non si può far ritorno. Nessuna precauzione o protezione può fermarla. Chi crede di esser sano è matto e a volte anche viceversa, forse.

L’ospedale psichiatrico con le sue mura chiare sembra brillare di luce propria, nell’oscurità, sotto la luna piena. Una macchia bianca su sfondo nero.

Tema: Ospedale psichiatrico
Nome del concorso: Dica 33
Indetto da: La Mela Avvelenata BookPress

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