Sul marciapiede

Ogni giorno, ma soprattutto, ogni notte potrete trovarci qui. Sul marciapiede di questa strada di periferia. Con il sole, la pioggia, ma soprattutto, la neve. Noi due, sempre qui, sempre sole, nonostante la costante ed effimera compagnia dei pochi clienti rimasti.

Lei, la mia collega, è magra e slanciata e forse proprio per questo lavora molto. I clienti la prendono di mira, la riempiono di attenzioni, anche se non gradite, ovviamente. Io sono bassa e ho i fianchi larghi, ma tutti da me vogliono solo una cosa: la mia bocca.

Vogliono che io la tenga sempre ben aperta, così che loro possano infilarci dentro la loro roba. Non posso negare che sia piacevole, in fondo. Sono qui per questo motivo, è il mio lavoro e mi piace. Adoro quando passano le loro dita sulle mie labbra. Provo sempre un brivido di piacere.

Con il passare del tempo i clienti sono diminuiti. Ricordo i giorni in cui venivano tutti da noi, ogni giorno e a ogni ora. Giovani, anziani e uomini sposati. Nessuno si vergognava di noi. Era normale usufruire dei nostri servigi. A volte c’era addirittura la fila!

La mia collega riceveva clienti in continuazione. Si avvicinavano ed entravano dentro di lei con disinvoltura. Le sussurravano parole dolci. Non sempre erano incontri piacevoli. A volte c’erano clienti orribili: nervosi, arrabbiati o tristi. Alcuni erano frettolosi e lei rideva di loro.

Io ingoiavo sempre. Mi piaceva tantissimo, ma ogni giorno arrivava un cliente speciale. Si riconosceva subito, in sella al suo motorino. Non diceva una parola. Era l’unico che non voleva la mia bocca. Voleva il mio fondoschiena. Adorava prendermi da dietro e svuotarmi di ogni energia.

Col tempo la clientela diminuì notevolmente e i pochi rimasti erano frettolosi. Arrivarono persone losche, dagli sguardi spenti. Mosse da rabbia e maleducazione. Non erano clienti, ma si comportavano come tali. Ci lasciarono profondi segni, fuori e dentro di noi.

Le forze dell’ordine ci avevano sempre protetto, soprattutto durante i nostri giorni di gloria, ma non riuscirono a fermare quei malintenzionati. Erano troppi ed era impossibile farli rinsavire. Non sapevano cosa fosse il rispetto e vivevano nella totale ignoranza.

Un giorno stuprarono la mia collega. Io rimasi lì, immobile. Non potevo fare niente. Fu una scena terribile. Un gruppo di giovani delinquenti la circondò. Erano armati e sapevano bene che cosa volevano da lei. Quando quell’incubo finì piansi per ore.

Lei cercò di riprendersi, ma si notava alla prima occhiata che non era la stessa. Il vestito rosso aperto e rovinato in diversi punti. I suoi occhi non riflettevano il cielo come un tempo. Schegge della sua anima erano sparse ovunque. Nessuno la portò via, per salvarla da quell’inferno.

Chi si doveva prendere cura di noi non fece niente per allontanarci dalla strada. Sapeva benissimo che il nostro lavoro era diminuito, che era diventato pericoloso, ma non gli importava. Avevano altre cose a cui pensare. Problemi importanti da risolvere. Non avevano tempo per noi.

Oggi ci evitano tutti. I passanti distolgono lo sguardo disgustati. Quei pochi che si fermano sono persone di una certa età, sulle gambe malferme. Sono gli unici clienti che ci rimangono, quelli che un tempo erano giovani, pieni di energie. Ora ci frequentano più per nostalgia che per piacere.

La mia collega offre ancora qualche telefonata, soprattutto di nonne che chiamano i nipoti lontani. La sua cornetta è rovinata ma funzionante. Lo stesso vale per me e le lettere o le cartoline che certe zie nostalgiche imbucano ancora nella mia pancia capiente.

Ogni giorno, ma soprattutto, ogni notte potrete trovarci qui. Sul marciapiede di questa strada di periferia. Con il sole, la pioggia, ma soprattutto, la neve. Noi due, sempre qui, sempre sole, nonostante la costante ed effimera compagnia dei pochi clienti rimasti.

Tema: La strada
Nome del concorso: Sulla strada
Indetto da: Montegrappa Edizioni
Posizionamento racconto: Pubblicazione

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